Sul giornalismo e le terminologie “a caso”

“Facciamo un giro dello scalo”. Detta così, sembrerebbe una gita turistica di qualche passeggero in attesa di imbarcarsi in aeroporto e desideroso di dare un’occhiata ai duty free e ai negozi presenti. Invece (e aggiungiamo: purtroppo), si tratta di una traduzione errata delle più banali terminologie usate nell’aviazione. Si trattava, nello specifico del termine go around. Ma nella testa di molti giornalisti, nelle principali testate italiane, il termine si doveva tradurre “facciamo un giro”. 

Sì, parliamo dell’emergenza, in fase di atterraggio, del Boeing 777 operato da Air France che, a detta dei piloti e in attesa di avere il responso dell’analisi delle scatole nere, ha avuto un improvviso, quanto pericoloso, malfunzionamento dei comandi di volo. 

Ora, al di là dell’emergenza dei Boeing, fortunatamente rientrata senza problemi (l’aereo al secondo tentativo e dopo essersi fatto “un giro dello scalo” è atterrato senza problemi), l’esempio è utile per discutere quanti strafalcioni si sentano sulla stampa generalista riguardo al mondo dell’aviazione. E sono davvero tanti. Giusto un paio di giorni fa la notizia dei due aerei che, a causa di una manovra errata, si sono toccati in fase di pushback all’aeroporto di Linate. Per i giornalisti, gli aerei si trovavano però “in pista” e non nell’area di parcheggio del gate o all’interno dell’area di taxi. Siamo troppo pignoli? Forse, ma sarebbe anche il caso che chi scrive notizie su cui non è ferrato, seppur nel poco tempo a disposizione, si informasse meglio, magari sentendo qualche addetto ai lavori. Si eviterebbero figuracce, innanzitutto. Si eviterebbe di chiamare ultraleggeri qualsiasi tipo di aereo, basta che voli. Si eviterebbe di generare ansie, paure e confusione eccessive nei lettori. Con buona pace di chi le terminologie le conosce, che sia un appassionato, un pilota di simulatori, o un pilota in carne ed ossa. 

Facciamoci un giro, che è meglio. 

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